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MY STORY AND MY “PROJECT”

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Sono Giuseppe Alberto Chiaradia jr, 25 anni, VOGLIO FARE I FILM e sono l’autore di “The Project” .

The project, per comodità comunicativa, può essere definito un talent-show cinematografico itinerante, tuttavia credo che sia più opportuno definirlo una competizione culturale, un agone cinematografico, una sfida tra racconta-storie oppure l’olimpiade dei circensi.

Io sono nato in un piccolo paese ella Calabria (Italy) affacciato sul mar Jonio che si chiama Trebisacce. Tre fratelli ed una sorella. Tante gioie e tante sofferenze. Con l’ambizione della cultura classica in sottofondo ed una terra molto spesso difficile da accettare, ho passato la mia adolescenza leggendo di nascosto i romanzi di Bukowski nelle ore di matematica, ma anche di fisica e molto spesso di biologia, dibattendo di pallone e sentimenti, cercando i film sulle bancarelle dei mercati del mercoledì o nelle infinite vie di e-mule (nella speranza non troppo infausta di non imbattermi in qualche filmino hard).

No so esattamente quando ho scelto il cinema, non so realmente se l’ho scelto… so che fin da piccolo sentivo una certa propensione verso alcune arti, prima la scrittura e la poesia, poi il disegno, poi la musica, poi la luce e quindi la fotografia e poi la drammaturgia…

Ben presto mi accorsi che non si trattava di nessuna di loro, bensì di tutte loro, e inevitabilmente mi ritrovai a capire quale potesse essere la strada per arrivare a dirigere un film.

Avevo 14 anni, mandai una lettera alla Rai con una sceneggiatura “La donna di legno “ , controllai per mesi, ogni giorno, la buca per la posta di casa nostra.

Nessuna risposta.

Ero un bambino, credevo davvero che da quella buca potesse comparire il mio invito a raggiungere gli studios.

Ci sono rimasto molto male.

Ma non poteva finire così.

Pertanto…

Alla fine dei divertentissimi giorni delle scuole superiori ho letteralmente attaccato un cuscino ad una scatola piena di sopressate e pomodori secchi, con una corda, in modo da avere l’altro braccio libero per la valigia grossa. Ho preso un autobus dalla fantomatica stazione di Sibari ,famosa per le banchine divenute paludi a causa di tutte le lacrime di madri e padri che si tramandano l’emigrazione da generazioni, e sono partito alla volta di Roma Caput Mundi, avevo 19 anni.

Ho studiato cinema, durante quegli anni ho lavorato sui set di altri studenti facendo l’aiuto regista, il fonico, l’organizzatore o qualsiasi cosa, pur di ricevere in cambio assistenza per la realizzazione dei miei cortometraggi da regista. Infatti gli accordi erano che se ad esempio io venivo a fare il fonico sul tuo set poi tu venivi a fare il fonico sul mio set o l’aiuto regista o lo scenografo… uno scambio di favori.

Con questa metodologia, molti amici ed alcuni pietosi atti di convincimento nei confronti di attori poco caritatevoli, sono riuscito a realizzare due cortometraggi: “Timeless” il primo e “All-in, una fede qualsiasi” il secondo. Grezzi, come bambini che gattonano goffamente guardando le gambe degli adulti muoversi con agilità ed eleganza. Qualcuno dirà che abbiamo realizzato spazzatura, ci può stare , ognuno ha le sue idee, è risaputo, però posso dire che dopo il primo “Motore” urlato sul mio set, ho chiaramente visto i miei pensieri prender forma, plasmarsi lentamente nell’intervallo tra un “azione “ ed uno “stop” , e la cosa sconvolgente, che ho realizzato più tardi, al montaggio, dopo una settimana, era che stava accadendo proprio questo. 

Non dovevo più utilizzare le parole, per raccontare quello che avevo in testa “bastava” fare dei film.

Questo idillio romanesco a tinte bohèmiene è stato interrotto bruscamente dal covid-19, che però, in un certo senso mi ha aperto le porte del mondo del lavoro.

Il connubio fra una serie di agevolazioni fiscali in soccorso al mondo delle produzioni cinematografiche, profondamente colpito dalla sopracitata pandemia, ed il timore dei tanti “over” (veterani dei set cinematografici italiani) di essere contagiati, ha fatto si che nell’estate del 2020 ci fossero molti film in produzione e poche maestranze.

25 luglio 2020, dopo aver inviato una miriade di e-mail a tutte le case di produzione che sono riuscito a reperire, ricevo una risposta da tale Andrea D* C*****, assistente alla regia di “Alfredino, una storia italiana” il quale mi informava che avevano apprezzato il mio curriculum e volevano incontrarmi per capire se potessi prendere il posto da stagista nel reparto di regia.

Ero al mare quando ho ricevuto la mail, l’ho richiamato subito, la linea non prendeva bene, ho spiegato che ero fuori città al momento e sfruttando il periodo storico ho chiesto se si potesse fare un colloquio on-line. Niente da fare. Volevano che andassi nel loro ufficio.

Allora ho preso l’asciugamano e le ciabatte, ho salutato i miei amici e sono ripartito, si trattava solo di un giorno, per il colloquio. Avevo lasciato la mia stanza di Viale Ippocrate 3 appena era scattato il Lock-down, dovevo dormire da una mia amica, abbiamo litigato verso le due di notte e sono finito a condividere un letto da una piazza e mezzo con il mio grande compagno di merende Vincenzo (Io 198cmx92kg, lui quanto me) che per fortuna dorme senza il silenzioso. Faceva un caldo indescrivibile.

26 luglio 2020, colloquio.

Ore 9.00 A.M sede Lotus production, Viale Mazzini, Roma.

Tanto caos nell’ufficio, un decina di porte che si aprivano a turno, qualche risatina quando dicevo di essere lì per il posto da stagista in regia. Un deliro ammiccante. Non mi tremavano le gambe, ero dove volevo essere. Conosco l’Aiuto regista, un altro Andrea, V******* questa volta. Due Andrea che probabilmente non dimenticherò mai. I toni erano leggeri, io pensavo che avremmo parlato di Fellini e Kubrick e dei film che avrei voluto fare (in seguito con i due Andre ne avremmo anche parlato), invece quella volta si sono assicurati che fossi auto-munito e che fossi una persona affidabile. 

Evidentemente hanno visto negli occhi di quel calabrese che cercava di contenere un poco la cadenza la voglia di fare qualcosa di buono.

Ero dentro.

Adesso non voglio fare la cronaca di tutti i miei giorni sui set, non è questo il contesto, magari ci saranno altre occasioni… però questa ve la devo raccontare. 

Prima ancora di arrivare sul set, sempre di “Alfredino” ho partecipato alla preparazione (periodo in cui si organizzano le giornate di set e tutti i fabbisogni della produzione) e dopo alcune giornate di agosto infernali, chiusi in un ufficio con aria condizionata spenta per contestazione popolare finalmente sono arrivati i giorni delle prime “letture” di copione con gli gli attori.

S’era fatto Settembre, eravamo negli studi De Paolis, sulla Tiburtina , a Roma, io dovevo andare a prendere gli attori all’ingresso ed accompagnarli in una stanza del piano superiore, nei pressi della sartoria, lì c’era Marco Pontecorvo, il regista della serie. 

L’attrice principale del progetto era Anna Foglietta, lo sapevo da un po’ di tempo, tutte le volte che ne parlavo con qualche amico, mi riteneva un privilegiato. Non penso che avessimo in mente le stesse motivazioni, ma lo ero. E vi dico perché.

Il primo giorno che la incontrai, non la vidi subito chiaramente, era coperta da occhiali da sole e capello ma sopratutto a differenza dell’accoglienza riservata agli altri attori, per lei, erano accorsi tutti: l’ispettore di produzione, l’organizzatore, l’aiuto regista e addirittura alcuni truccatori impegnati in altre produzioni, che volevano rivendicare un saluto o uno scambio di battute in onore di qualche collaborazione precedente.

Un discreto muro di persone la circondava e mi separava da lei, rimasi a distanza, non avevo il diritto di bypassare gli altri e presentarmi per primo, non era ancora il mio momento. E Allora rimasi a distanza, il suo profumo la faceva sembrare molto più vicina di quanto non fosse, era un profumo bellissimo, un po’ mi ricordava Kenzo, il profumo di mia madre, però non era quello, sembrava una fragranza personale , fatta solo per lei e sovrastava tutti: la misticanza di sudori settembrini, lo smog, l’odore del Mc Donald limitrofo e i cattivi pensieri.

Seguii la scia di profumo sempre a distanza, c’era così tanta gente che avrei voluto dire “oh, lasciatela respirare!” . Ma lei stava a suo agio, rideva spesso, anche la sua risata aveva un raggio molto ampio, al pari del profumo. 

Alla fine la fecero sedere in camerino davanti allo specchio, sulla poltrona del trucco, la fecero sdraiar e incominciarono a ronzarle attorno le operose Virna e Daniela. 

A me sembrava che fosse dal dentista. 

Finiti i provini trucco e parrucco tocca a me scortarla fino alla sala prove.

Non ero abituato a dare del tu alle persone più grandi di me, anzi un po’ mi dava fastidio questa confidenza gratuita che si permettevano un po’ tutti sul set. E allora mi uscì una cosa del tipo “Che acqua preferisce signora Anna?” Al che lei si girò, e mi scrutò com se cercasse di capire se fossi il figlio di qualche vecchio amico che le stava facendo una battuta, poi disse “E tu chi sei ?” un po’ il “E tu a chi appartens” tanto caro a noi calabresi. “Io sono Giuseppe, di regia” non me la sentivo di dire che ero lo stagista. Non era una bugia. Ero retribuito con un buono da 50 euro di gasolio a settimana (0,5 l di nafta/1h). Pertanto si trattava solo di un’omissione. Agli atti ero parte del reparto regia.

“ Per ANNA, acqua naturale” disse materna.

Emanavo stagismo da tutti i pori.

L’accompagnai nella sala della lettura, c’erano già gli altri membri del cast, c’era Vinicio Marchioni, Francesco Acquaroli, Luca Angeletti… a quel punto io ho chiuso la porta e mi sono seduto lì davanti.

Avevo il mio libro personale, in quel periodo era di Vanni Codeluppi “Il tramonto della realtà” ,stavo preparando un esame, lessi 8 pagine, mentre nella stanza alle mie spalle iniziavano a provare le prime battute, all’ottava pagina, mi sono fermato.

Era il primo tentativo da parte di Anna di riprodurre le urla della mamma di Alfredino, un bambino italiano che negli anni ottanta cadde in un pozzo artesiano di 60 metri. 

Erano i primi tentativi, non domati dal regista e non cadenzati di proposito.

Urlava, forte, fortissimo, piangeva e urlava. Era una mamma che urlava dentro un pozzo nella speranza di sentire la voce del figlio. Avevo letto molte volte la sceneggiatura, conoscevo la storia ed i personaggi, ma 

quel pomeriggio ho sentito Franca Bizzarri urlare nei campi di Vermicino, nella speranza che Dio quella volta le avesse concesso un jolly. L’ho conosciuta e ho percepito il suo dolore, che oltrepassava anche le mura.

Guardavo il libro, ma non leggevo più.

Mi scappò una lacrima.

Poi Il regista disse “E’ interessante, ma qui stai urlando troppo…” .

Dapprima, questo brusco intervento mi fece arrabbiare, poi mi venne da ridere, perché sembrava un fratello maggiore che durante la cena della vigilia ti prende in giro per aver scritto la lettera a Babbo Natale, e il regista stava solo facendo il suo lavoro.

Quel giorno, al buio di una sala impolverata degli studi De Paolis, Anna Foglietta, ha scardinato una porta senza toccarla e mi ha fatto tremare il cuore.

Me and Anna Foglietta on the last set-day of “Alfredino una storia italiana “

Da quel pomeriggio sono passati tre anni, in cui ho avuto il privilegio di lavorare con tanti professionisti, conoscere tante persone, dalle quali go ricevuto tanti consigli e imparato tante cose arrivando alla conclusione che: NON VOGLIO REALIZZARE IL MIO PRIMO FILM A 40 ANNI.

Lo voglio fare adesso.

I set dell’industria sono spettacolari, che vi devo dire, siamo in Italia non è l’America, ma io sono un ragazzo calabrese che è nato dove non c’erano cinema, figuriamoci se potessi mai immaginare di arrivare un giorno negli ingranaggi dietro allo schermo, lavorare lì, essere parte di quella carovana… avevo un ruolo nel circo.

Eppure da alcuni mesi ho lasciato il mio lavoro nel cinema “industriale” (ho dato il mio primo forfait ad un film) per inseguire il mio sogno: provare a fare il produttore cinematografico.

Il primo progetto al quale voglio dedicarmi si chiama “The Project” 

Per spiegarvi il contenuto di questa mia idea è necessario che vi faccia una breve distinzione fra i set industriali e quelli accademici.

Si lavora molto sui set industriali, le giornate durano minimo 10 ore ma spesso per gli “amici di regia” diventano 11 o 12 o 13… si corre molto, si litiga spesso (poi si fa la pace) alcune giornate sono veramente distruttive ma alla fine in un modo o nell’altro si tirano fuori cose grandiose.

Sui set accademici invece, si lavora tipo 18 ore consecutive, si mangia tutti i giorni pizza, spesso margherita, non ci sono stipendi (se non qualche euro per gli attori più riluttanti). Per farla breve non c’è un cazzo. Quei set però sono pregni di quello che secondo me è il segreto di ogni arte, sport o azione generica da compiere con un gruppo di persone: l’amicizia.

Chi è lì, c’è perché ci vuole essere veramente. 

E allora tutte quelle ore senza organizzazione a fermare il traffico abusivamente o ad entrare di nascosto nei palazzi abbandonati per avere una scenografia di alto livello a costo zero, sono nulla. E alla fine, non sempre, viene fuori qualcosa di bello anche così.

Da un pò di tempo sto pensando ad un modo per unire la maestosità e l’efficenza dei set industriali all’amicizia dei set accademici.

Dopo lunghe tribolazioni ho ideato “The Project”.

All’interno del manifesto (disponibile integralmente sul sito) troverete tutto quello che volete sapere sul “The project” . Se non avete il tempo di leggerlo potrete scegliere uno dei nostri video esplicativi nei formati da 1 min, 3 min o 3 scatti.

Per informazioni aggiuntive trovate tutti i nostri contatti sul sito gacfactory.com .

Saremo felici di parlare con voi e soddisfare tutte le vostre curiosità.

Quando vi chiedo di aiutarmi a raccogliere 50.000 euro per realizzare The Project, mi piace pensare che li stiamo raccogliendo per far realizzare cinque piccoli film a cinque gruppi di amici, che poi sempre con lo stesso gruppo potrebbero realizzare un vero e proprio film.

Fare film in amicizia, non suona male …

The Project non è il mio film , The Project è la mia idea di cinema. 

Enjoy THE PROJECT.

                              Giuseppe Alberto Chiaradia jr

P.S. 

La cifra di 50.000 euro è solamente la cifra da destinare alla produzione dei cortometraggi in concorso e non copre i costi di produzione. 

Tuttavia consideriamo di centrale importanza i budget da destinare alla realizzazione delle storie selezionate perché raggiunta la stessa non potrà fermarci nessuno, a costo di realizzare il programma con le videocamere degli Iphone.

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